Dal 17 al 26 settembre, Bologna e le zone circostanti saranno il palcoscenico della prima edizione di "Convergenze", un innovativo festival di teatro documentario curato e diretto da Kepler-452. Questo evento di dieci giorni promette un ricco programma di spettacoli, workshop, dibattiti e residenze artistiche, estendendosi dalla città fino all'Appennino e alla Riviera. Il tema centrale del festival è la "convergenza", intesa come pratica di lotta essenziale in un mondo in crisi, un concetto ispirato dal Collettivo di Fabbrica della Gkn di Campi Bisenzio.
Il festival non si limita a esplorare il teatro documentario, ma si propone di interrogare il mondo circostante attraverso una varietà di espressioni artistiche. Il programma include opere che affrontano temi sociali urgenti, come la strage di Ustica con lo spettacolo di Niccolò Fettarappa, la crisi abitativa con la compagnia Dopolavoro Stadera e la questione della memoria storica presentata da Sergi Casero Nieto. Un momento saliente sarà l'incontro "Tenere banco" a Villa Celestina, bene confiscato alla mafia, che vedrà confrontarsi figure come Giorgia Linardi di Sea-Watch e Dario Salvetti del Collettivo di Fabbrica ex-GKN, sottolineando il legame tra teatro e dibattito pubblico. Il festival culminerà con una riflessione sui luoghi, non solo come sfondi ma come territori vivi intrisi di storia, conflitti e trasformazioni, interrogandosi su "Cosa ricorderemo di questa estate?" attraverso un panel dedicato alle tre residenze artistiche.
Esplorazione Territoriale e Sociale Attraverso le Residenze Artistiche
Il cuore di "Convergenze" batte attraverso tre indagini artistiche approfondite, affidate a talenti come Marco D'Agostin, Davide Enia e Matilde Vigna. Queste residenze si propongono di esplorare le molteplici sfaccettature del territorio emiliano-romagnolo, offrendo prospettive uniche sulla Riviera, la città di Bologna e l'Appennino. Ogni artista, accompagnato da collaboratori esperti, ha intrapreso un percorso di ricerca e creazione che trascende la mera rappresentazione scenica, trasformando luoghi e storie in narrazioni vivide e coinvolgenti. Questo approccio metodologico non solo arricchisce l'offerta culturale del festival, ma stimola anche una riflessione più profonda sul rapporto tra arte, territorio e comunità, evidenziando come la creatività possa diventare uno strumento potente per la comprensione e l'interpretazione delle dinamiche sociali contemporanee.
Matilde Vigna, in collaborazione con Alex Giuzio, ha realizzato "Ci pensiamo a settembre", un'opera che emerge da un viaggio ciclistico lungo la Riviera romagnola. Attraverso questo percorso, Vigna ha svelato la realtà celata dietro l'immagine turistica della Riviera, esplorando paesaggi, memorie e le contraddizioni di un modello economico e culturale familiare a molti. Davide Enia, con Agnese Doria, ha focalizzato la sua attenzione su Bologna in "Il posto preferito. Un reportage sentimentale sulla città". La città è stata indagata non come destinazione turistica, ma come insieme di spazi affettivi e politici dove le persone vivono, ricordano, interagiscono e forgiano il proprio senso di comunità. Infine, Marco D'Agostin ha trascorso dieci giorni a Campolo, un piccolo borgo dell'Appennino bolognese, per creare "Il passo del cervo. Un reportage teatrale dall'Appennino bolognese". Partendo dalla curiosa discrepanza tra il numero ufficiale e quello percepito degli abitanti, D'Agostin, insieme ad Arianna Brugiolo, Andrea Chiloiro e Boschilla, ha dato vita a un'indagine teatrale che esplora le dinamiche e le peculiarità di questa zona montana, rivelando le storie e le vite che la animano.
Il Teatro Come Strumento di Confronto e Riflessione Sociale
Il festival "Convergenze" si distingue per la sua apertura a opere che, pur non rientrando nella definizione più rigida di teatro documentario, condividono l'obiettivo di interrogare il mondo circostante. Questa visione inclusiva ha permesso di integrare nel programma storie e prospettive diverse, rendendo l'evento un vero e proprio laboratorio di confronto e riflessione. La scelta di presentare lavori che spaziano da temi storici e sociali a quelli più intimi e personali, dimostra l'impegno di Kepler-452 nel promuovere un teatro capace di dialogare con la realtà contemporanea. L'open call ha favorito l'emergere di nuove voci e interpretazioni, arricchendo il dibattito culturale e offrendo al pubblico una panoramica ampia e stimolante sulle potenzialità del teatro come forma di espressione e indagine critica.
Tra le proposte più significative, Niccolò Fettarappa ha presentato "Ustica. Una cosa che non fa ridere", un'opera commissionata dall'Associazione Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, che affronta con sensibilità e rigore un capitolo doloroso della storia italiana. La compagnia Dopolavoro Stadera ha portato in scena "Qui vivremo bene", esplorando la delicata questione dell'emergenza abitativa attraverso le vicende degli sgomberi del Giambellino, offrendo uno sguardo crudo e necessario sulle difficoltà sociali. "El Pacto del Olvido" di Sergi Casero Nieto ha indagato il complesso rapporto con la memoria e il passato, stimolando una riflessione sulla costruzione dell'identità collettiva e individuale. Un momento culminante è stato "Tenere banco", ospitato a Villa Celestina, un bene confiscato alla mafia. Questo appuntamento, nato dalla collaborazione con Libera Bologna, ha portato il teatro direttamente nel discorso pubblico, facilitando un confronto diretto tra figure impegnate nel sociale e nel mondo della cultura, come Giorgia Linardi di Sea-Watch e Dario Salvetti del Collettivo di Fabbrica ex-GKN. Il festival si è concluso con un panel intitolato "Riviera, Appennino, città. Cosa ricorderemo di questa estate?", che ha ripercorso le esperienze delle tre residenze, ribadendo l'importanza di considerare i luoghi non solo come sfondi, ma come territori pulsanti di storie, conflitti, memorie e continue trasformazioni.
